L’Osso di Balena dell’Oratorio di MONTEMASSO e i romiti

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by Massimo Casprini

Quando si diceva: “Andiamo a Montemasso!” era chiaro che s’invitava qualcuno a raggiungere un luogo lontano, solitario, sperduto fra i boschi, in montagna. Ma non si andava per godere il panorama, anche se era splendido da quell’altura di 468 metri s.l.m. che si ergeva in mezzo a boscaglie con la forma conica, quasi fosse un vulcano.

Ma in cima non c’era un cratere, bensì un antichissimo castello che nel 1188 era dei signori Ruggero, Vinciguerra e Manno da Montemasso. A quell’epoca c’era intorno anche un burgum con case di contadini e pigionali che furono vendute – insieme a “tutti i diritti sugli uomini”– dal vescovo di Firenze al monastero di Montescalari. 

L’Oratorio in cima a Montemasso

Lentamente, il piccolo borgo fu abbandonato e il castello si trsformò in una residenza signorile dei Quaratesi i quali, nel 1363, fondarono un oratorio dedicato a San Salvatore. 

In effetti, se non eravamo boscaioli, cacciatori o pastori si andava lassù per devozione. Il giorno stabilito, per consuetudine, era l’Ascensione nel quale lunghe e affollate processioni con in testa numerosi preti e paramenti sacri partivano dalle parrocchie sottostanti e anche dall’Antella, da San Donato e dall’Oseria Nuova. Lungo il percorso si recitavano laudi e litanie fino alla preghiera finale e collettiva una volta giunti all’Oratorio. 

All’esibizione della Banda dell’Antella, seguiva la merenda nel grande prato dove erano arrivati anche gli ambulanti che vendevano panini con salumi e formaggi, brigidini, sommomoli caldi e croccanti. Adulti e ragazzi si dedicavano ai giochi più vari: lo sculaccione, nascondino, il tiro alla fune.

Questa non era l’unica festa religiosa perché, già nel Settecento, si celebrava la domenica di Passione e il giorno della Decollazione di San Giovanni Battista.

Queste tradizioni terminarono alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso quando si verificò il grande esodo dei contadini dalla campagna. Uno di loro, testimone diretto, ha raccontato che: “Nel giorno dell’Asccensione c’è una gran festa. Per devozione viene gente da tutti i popoli vicini, da Tizzano, da Quarate, da San Polo. C’è anche la banda musicale che dopo la Santa Messa suona un concerto di pezzi d’opera. Tutti si fermano per una copiosa merenda. A Montemasso ci si va anche in processione a chiedere l’acqua quando in estate non piove e la campagna ha sete [e poi] c’è l’osso della balena che è appeso al muro di sacrestia. È un grosso osso di balena ritrovato da quelle parti”.

Nel Seicento, fra le opere d’arte all’interno della chiesa c’era anche una tavola dipinta con la Madonna del Buon Consiglio, che fu tanto venerata e  oggetto delle processioni che si sono svolte per secoli.  

Siccome in quel posto solitario, lontano dal mondo, viveva stabilmente un solo eremita, alla fine del Seicento l’Oratorio fu restaurato e ampliato con alcune stanze e una cucina e fu fondato un cenobio di religiosi.

Nel 1964 si celebrarono le ultime funzioni religiose, le opere d’arte furono trasferite nella chiesa di Quarate e tutto il complesso fu abbandonato in preda ai saccheggi e ai furti di tutto quanto poteva essere portato via.

Durante un nostro sopralluogo del 1988 «l’antichissimo complesso si presentò come un fantasma, con le finestre vuote, i tetti scoperchiati e i soffitti pericolanti che cadono a brandelli; ci si muove fra travi divelte, pezzi di tegole e frammenti di laterizi; nella chiesa, due capriate in legno sono le uniche superstiti del tetto; gli altari di pietra sono scomparsi; il campanile a vela è senza campana; al primo piamo due camere ormai fatiscenti conservano nelle pareti le antiche pitture a stampo (una con fiori azzurri, l’altra con gigli color amaranto); dove c’erano le celle dei romiti l’aspetto è desolante e vuoto; rimane soltanto il forno nella piccola cucina».

Interno completamente abbandonato della chiesa di Montemasso nel 1991
L’Oratorio di Montemasso com’era nel 1991 prima dei restauri

Dopo alcuni decenni di abbandono, i nuovi proprietari – anche se hanno vietato l’ingresso agli estranei – hanno fatto un’opera meritoria restaurando tutto il complesso per renderlo abitabile.

Fortunatamente, non poteva essere rubato ne precluso il panorama che si gode da lassù. Una meravigliosa vista spazia dal Poggio alla Croce alla Badia di Montescalari, da Linari alla val di Rubbiana con San Polo, dai monti dell’Impruneta alla Piana dell’Arno, da Monte Giovi a Poggio Firenze. Dunque una visione circolare a 360 gradi che raggiunge anche i monti del Pistoiese, la Calvana pratese e la Futa.

Paesaggio, natura, religione ma anche geologia. Circa tre milioni di anni fa Montemasso era il crinale che divideva il lago del Valdarno Inferiore – cosiddetto di Firenze-Prato-Pistoia – da quello del Valdarno Superiore del Casentino. Quindi, sulle rive di Fonte Santa, di Poggio Firenze e di Montemasso pascolavano animali preistorici di eccezionale grandezza. Nel cielo volteggiava una varietà infinita d’uccelli e di enormi volatili dal becco lunghissimo. Nell’intricata foresta si svilupparono alcune piante tipiche di un clima tropicale come le magnolie, le taxoidi e le sequoie, alte anche cento metri. In questa lussureggiante foresta pascolavano tranquillamente animali preistorici come mammut-elefanti dalle lunghissime e contorte zanne d’avorio che superavano i tre metri, cervi, rinoceronti, tapiri che venivano a dissetarsi sulle rive del lago animato da balene e delfini. Negli acquitrini sguazzavano gli ippopotami. 

Molti reperti fossili di questi animali sono stati raccolti nel museo Paleontologico di Montevarchi e testimoniano l’esistenza di questo enorme bacino lacustre ma… uno solo era rimasto in vetta a Montemasso. Fino a pochi anni fa, lo si poteva ammirare appeso al muro nella sacrestia, come ha ricordato il contadino e come abbiamo visto anche noi. 

Era un enorme faule di mammifero che la fantasia popolare ha sempre chiamato “l’osso di balena”. Probabilmente, si trattava del fossile di un mastodonte: un grosso elefante o un enorme rinoceronte.

Quindi, da Montemasso sono passate tante vicende storiche ma il paesaggio è sempre affascinante, come recita una quartina di un sonetto: «O pellegrin che fin quassù sei giunto/ guarda qui intorno è tutto bello ancora./ Il panorama è ancora per l’appunto/ come vederlo si poteva allora».

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