L’erta del Bambolino

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La strada che dalla piazza dell’Antella conduce a Osteria Nuova anticamente era detta Via dell’Antella alla provinciale Aretina, poi chiamata Strada Comunale della Torre, in riferimento alla villa, antichissimo possesso dei Peruzzi fin dal Duecento, che s’incontra a metà percorso. Le fu cambiato il nome in Via Ubaldino Peruzzi nel 1892, dopo la morte del grande statista avvenuta nel 1891.

Al suo inizio affronta subito una ripida salita verso il colle di Ruballa. La Salita o Erta del Bambolino parte all’altezza del circolo MCL, in località L’Acquicina, cosiddetta perché qui, «nel 1865 fu scoperta una sorgente di acqua potabile buona e abbondante» che, dopo essere stata utilizzata per un podere della pieve, servì per alimentare i viai dei lavandai Cicali. Le acque di scarico crearono un fosso fino alla chiesa dell’Antella (dove furono incanalate sotto la piazza) per gettarsi nell’Isone nei pressi del ponte. 

Nel mese di luglio 1944, durante il cannoneggiamento degli Alleati dall’Impruneta verso l’Incontro dove c’era l’ultima roccaforte tedesca, un tiro fu calcolato troppo corto e una bomba cadde sulla casa dei Cicali che però non causò ferite alle persone che si erano rifugiate nei sottoscala e ai lavatoi. 

Una coppia di antichi cipressi annunciava che la salita di circa cinquecento metri era finita di fronte alla villa “Il Corriere”, già ricordata alla fine del Quattrocento, che aveva preso il nome dal mestiere esercitato dal proprietario Guido d’Agnolo che l’aveva acquistata dal tessitore Francesco di Leforo.

Dopo vari passaggi di proprietà, nel 1674 la villa fu acquistata da Domenico di Lorenzo Moretti la cui famiglia l’ha posseduta per tre secoli durante i quali prese anche il nome de “Il Pino” – evidentemente per la presenza di un grosso pino che non c’è più – come è indicata nell’Atlante delle strade comunitative del 1774. Nel 1830 l’ingegnere Mario Moretti ricostruì completamente l’antica villetta e la ingrandì nella forma in cui si vede tuttora e prese il nome di “Villa Petriolo”. Oggi è conosciuta come Villa Franceschi.

In mezzo alla strada, di fronte alla villa, fino a poche decine di anni fa, c’era un pozzo sovrastato da una costruzione cilindrica con una pompa a mano. 

Il Pozzino in via Peruzzi di fronte a villa Moretti nel 1944 (collezione M. Casprini)

Attaccata alla villa sul lato settentrionale, c’era – e c’è tuttora – la “Casa da lavoratore in luogo detto Petriolo” pertinente al podere lavorato “a mezzeria” nel 1897 dalla famiglia Fantechi. 

In questa casa ha abitato la famiglia dei contadini Fantechi dal 1735 (o forse anche dal 1716) al 1928. Come tutte le famiglie contadine di quel tempo, anche questa ha sempre avuto dodici o più persone conviventi contemporaneamente.

Fin da quando arrivò qui dal podere Cuculia a Mondeggi dei Della Gherardesca, il capoccia di famiglia Bernardo di Cosimo non si portò dietro soltanto la moglie Verginia e quattro figli ma anche il soprannome che aveva ereditato: Bambolino. 

In effetti, tale pseudonimo appare per la prima volta già nel documento granducale del 23 febbraio 1583 e, successivamente, si trova registrato nel Libro dei Battesimi della pieve di San Pietro a Ripoli, attribuito a «Tomaso figliolo di Francesco di Lazaro dal bambolino», nato il 22 dicembre 1584. 

Ma più antico è il titolo declinato al plurale e usato come cognome. Risale al 1561 la citazione di «Francesco di Lazaro Bambolini».

Da allora, il curioso soprannome si è trasmesso di padre in figlio a tutti i capi famiglia Fantechi fino agli ultimi: Giovacchino Fantechi (1879/1965) e suo figlio Brunetto di’ Bambolino (nato nel 1909) che ha passato il titolo al figlio Franco (nato nel 1941) il quale trasmetterà il “patronimico” a suo figlio Neri e, poi, al nipote Mirko.

I Fantechi non abitano più nella casa Petriolo e non fanno più i contadini, ma in molti si chiedono, primi fra tutti gli stessi discendenti, quale sia l’origine del soprannome.

È stata ipotizzata una storia che potrebbe essere quella vera. La casa colonica dove vivevano nel Cinquecento i Fantechi a Sant’Andrea a Morgiano era di proprietà dello Spedale degli Innocenti di Firenze che, com’era d’uso, aveva fatto murare sulla facciata il proprio simbolo, già molto noto: un neonato in fasce che, fin dal Trecento si riconosceva come il fantolino, cioè il trovatello, il bambino abbandonato.

In effetti, Fantolino è il dolce vezzegiativo ricavato dal diminutivo di fante e anche Dante Alighieri lo cita più volte nella Divina Commedia con questo significato. 

I contadini – che nella loro atavica saggezza e acuta osservazione hanno sempre attribuito alle cose e agli uomini il nome di quello che effettivamente rappresentavano – vedendo l’immagine di quel bambinello scolpita nella pietra e murata sulla casa dei Fantechi, notarono che si trattava di un bambino e non di un uomo, quindi Fantolino fu trasformato in Bambolino, mischiando le due parole: bambino e fantolino. Probabilmente fu così che i Fantechi furono identificati come “quelli del Bambolino“.

Nella seconda metà dell’Ottocento, la strada che unisce l’Antella a Osteria Nuova fu il teatro di una storia d’amore fra il giovane antellese Maso Nencioni, soprannominato Bamboccio, e la Gigia, una bella ragazza di Ruballa.

I due paesi erano uniti da via della Torre ma divisi da una vecchia rivalità di campanile, in particolare quando c’erano di mezzo le ragazze. Molto spesso, fra i giovani delle opposte schiere scoppiava qualche rissa che finiva sempre a scazzottate e sassaiole.

Verso il 1865 accadde un fatto che, per poco, non finì in tragedia e che è stato raccontato con passione dal giornalista tedesco Enrico Homberger in una sua “Novella toscana” dedicata a Donna Emilia Peruzzi. 

I giovanotti di Osteria Nuova non accettarono il fatto che Maso dell’Antella amoreggiasse con la Gigia, la quale era già stata promessa ad Agenore, suo compaesano. Una sera stavano giocando a bocce sulla strada, quando passò spavaldo Maso che andava a casa della sua amata e, forse, si scambiarono qualche parola di troppo. 

Quest’affronto era inammissibile, quindi «l’orda nemica immediatamente gli fu addosso. Uno l’agguantò alla spalla destra, un altro alla sinistra e a urti e spintoni […] lo cacciarono giù per l’erta fin sulla strada; dove gli diedero un ultimo spintone, raccomandandogli, se aveva care le sue ossa, di non farsi più vedere». 

La reazione di Maso non si fece tanto attendere e, raccolti undici amici antellesi pronti a vendicare l’oltraggio subìto dall’amico, «si avviò a passo di corsa su per la strada ripidissima» del Bambolino. 

Anziché in uno scontro diretto, il gruppo dell’Antella fu accolto da un’improvvisa gragnuola di sassi piovuti dall’alto di un balzo e uno colpì Maso alla tempia che stramazzò al suolo ferito e sanguinante. L’intervento del medico e della signora Emilia Peruzzi riuscirono a calmare gli animi e, nonostante l’accanita rivalità paesana, la Gigia e Maso si sposarono.

A fine Ottocento, quando Emilia Peruzzi si trasferiva da Firenze alla sua villa La Torre, fermava la carrozza nella piazza del paese, andava all’ufficio postale a ritirare la sua posta, che era sempre tanta, e s’incamminava a piedi sulla salita del Bambolino, fermandosi a raccogliere i fiori che amava tanto sulle prode dei campi.

Una notte senza luna della tarda estate del 1961, si cominciò a sentire all’Antella uno strano rumore che fu subito associato al richiamo di un lupo. Nel silenzio e nella pace in cui vivevano la notte gli abitanti del paese, il rumore risuonava forte, potente e prolungato. 

Cominciò a diffondersi la voce che il verso era quello di un lupo mannaro – quella creatura leggendaria di un uomo diventato un feroce lupo – e che qualcuno aveva visto la porta di casa graffiata con impronte di unghie animalesche. 

La paura si diffuse rapidamente perchè il fenomeno si ripetè sempre più frequente. I bambini erano impressionati ricordando le favole del lupo mannaro, le ragazze avevano paura di essere aggredite dal licantropo quando tornavano a casa da sole dopo essere state al cinema, ma anche gli uomini adulti cominciarono a preoccuparsi, tanto che furono avvisati i Carabinieri. Si era creata una tale psicosi che, la sera, si preferiva stare chiusi in casa.

L’urlo, che sembrava proprio l’ululato di un lupo, faceva impressione e partiva dalla collina di Fonte Spugnana ma, soprattutto e più spesso, dalla cima della salita del Bambolino.  

Solo dopo diverso tempo i Carabinieri riuscirono a chiarire il mistero. Furono scoperti quattro giovanotti grassinesi (il figlio del farmacista, il figlio del maresciallo, il figlio del merciaio e un altro) i quali confessarono di essere andati per diversi giorni, nel pieno della notte, in vetta al Bambolino e, da lì, quello che aveva la voce più forte, faceva il verso del lupo, mentre gli altri se la ridevano. 

Chiarirono che con quel gesto avevano voluto giocare l’ennesimo scherzo agli antellesi, atavici rivali di un campanilismo che non accennava a morire e che si esprimeva nelle burle più estrose, strambe e bizzarre da ambo le parti che hanno fatto la storia di questi due paesi. Questa del “lupo mannaro” fu una vittoria della quale i grassinesi andarono orgogliosi per molto tempo.

Un tratto della vecchia via dall’Antella a Osteria Nuova nei pressi di via Piana, oggi distrutto (foto Giovanni Grassi)

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, la strada dall’Antella a Osteria Nuova era ancora sterrata e seguiva un percorso che – dopo che è stata ingrandita ed asfaltata ed è stata costruita l’Autosole – è stato modificato in alcuni tratti. 

Tuttavia, altri punti, brevi e dismessi, appaiono ancora nella loro caratteristica di strada bianca e fra quelle buche, quei sassi e quei pilloli rotondi dell’Erta del Bambolino si nascondono, certamente, altre storie oltre quelle che abbiamo raccontato.

 

Massimo Casprini, autore dell’articolo – https://www.facebook.com/1442015069275160/posts/2262928287183830/?d=n