La Pieve dell’ANTELLA e i suoi misteri

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By Massimo Casprini

UNO SCRIGNO PIENO DI TESORI

Il documeto più antico che si conosca in cui è rammentata la pieve romanica di Santa Maria all’Antella è del 1040. È, tuttavia, molto credibile che sia sorta, come molte altre chiese cristiane, su un preesistente luogo di culto di epoca romana e fors’anche degli etruschi la cui presenza nella zona è testimoniata da vari reperti.

Fu un antico patronato dei Siminetti, dei Guicciardini e dei Bardi. In seguito, fu rivendicato dalla potente famiglia Dell’Antella che ottenne i diritti nella seconda metà del Trecento e che li mantenne fino all’estinzione della famiglia nel 1698 alla quale subentrò l’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano.

Una prima ricostruzione della chiesa c’era stata nel Duecento, alla quale seguirono i restauri nel 1775 che fecero un grande scempio con l’inserimento di elementi in stile barocco pieno di cornici e decorazioni a stucco che resero la chiesa “goffa e pesante”. 

Fortunatamente, gli ultimi e notevoli rifacimenti del 1922-1923 hanno ridato il primitivo stile romanico con le pareti rivestite di filaretti d’alberese estratta nella vicina cava di Belmonte, una bella pietra pulita e chiara che dona lucentezza alle pareti esterne e luce all’interno liberato dagli orpelli barocchi.

La Pieve dell’Antella com’era nel 1937

Sul lato destro della chiesa è il grandioso palazzo della canonica che aveva sull’angolo un grande stemma in pietra dei Dell’Antella (distrutto nel 1977). Sul lato sinistro c’era la cappella dell’antichissima Compagnia delle Candele alla cui affrescatura e dotazione dell’opera Assunzione della Vergine del Dandini contribuì il cardinale Francesco Maria Medici da Lappeggi nel 1708. Fu demolita durante i restauri della chiesa negli anni Venti del Novecento per lasciare in bella vista il campanile con monofore accecate e aperte e quattro campane. Dieci anni dopo, la merlatura fu sostituita con una copertura a tetto. 

Nella lunetta sul portale d’ingresso è inserita un’Annunciazione in terracotta dei fratelli Taccini, inaugurata nel 1993. Sulla facciata sono inseriti gli stemmi dei Peruzzi, dei Borgognoni, dei Dell’Antella, dei Ginori-Conti, dei Della Gherardesca e dei Bonaccorsi.

L’interno è ricco di opere lapidee come alcuni altari settecenteschi con stemmi gentilizi, il fonte battesimale del secolo XVII in marmo bianco, il pulpito a cinque facce in pietra serena del 1580 e il tabernacolo per l’olio santo del secolo XV in pietra grigia. Queste ultime due furono qui trasferite dalla attigua cappella della Compagnia.

Fra le molte opere pittoriche ricordiamo in particolare:

La Madonna dona l’abito ai Sette Santi Fondatori di Lorenzo Lippi è un olio su tela datato 1660. Fra i santi emerge San Manetto Dell’Antella con il libro in mano con lo stemma di famiglia. Opera importante perché in basso a destra sono rappresentati la chiesa, il campanile, la canonica e il tabernacolo al ponte dell’Antella com’erano all’epoca. 

Il pittore e poeta Lorenzo Lippi (1606-1664)

Forse non tutti sanno che quando Lorenzo Lippi (1606-1664) stava dipingendo il quadro veniva tutti i giorni da Grassina dove abitava nella villa Mezza Costa al Rosso in affitto dai monaci di Montescalari. In effetti era un gran camminatore e, proprio per questo suo volersi mantenere agile e in forma, «per l’indefesso camminare, che’ fece un giorno [15 aprile], com’era suo ordinario costume, anche nell’ore più calde, e sotto la più rigorosa sferza del Sole, parendogli una tal cosa bisognevole alla sua sannità», fu assalito da “pleuritide con veemente febbre” e morì a soli cinquantotto anni.    

Nel 1658 aveva fatto una pittura della Madonna nella chiesa di San Martino a Strada. Ma, oltre che pittore, era un poeta che recitava all’improvviso, noto per il suo carattere burlone, spiritoso e bizzarro che produsse il famoso poema eroicomico ricco di motti e proverbi fiorentini Il Malmantile racquistato al quale lavorò fino alla sua morte… e chissà quante parole e modi di dire avrà attinto dal popolo ripolese! 

S. Michele e angeli adoranti di Cecco Bravo del 1635. 

– La Madonna col Bambino, S. Francesco d’Assisi e S. Giovanni Battista di Paolo Schiavo è un affresco della metà del secolo XV che fino al 1967 si trovava in un tabernacolo nella vecchia cucina della canonica, per secoli usata da affittuari e per ultimi da Mauro Socchi e dalla zia Rina.

L’affresco di Paolo Schiavo

Inoltre, si segnalano:

– La Madonna col Bambino, una terracotta smaltata policroma del 1510 circa attribuita a Benedetto Buglioni, con una storia travagliata. Si trovava nell’oratorio di villa Monna Giovannella che nel 1877 fu acquistato da Ernesto Nathan il quale, essendo di religione ebraica, lo chiuse al culto e lo trasformò in un atelier di pittura. 

La terracotta invetriata di Benedetto Buglioni

Quindi, si disfece di tutte le opere di religione cattolica che si trovavano al suo interno donandole alla Misericordia dell’Antella, fra le quali la tela Apparizione di Gesù Bambino a Sant’Antonio da Padova del secolo XVII e la terracotta che fu montata nella cappella di san Luigi nel cimitero ed esposta al pubblico soltanto per le solennità del camposanto. Nonostante la protezione di un cancello in ferro, fu rubata nella notte fra il 28 e il 29 novembre 1905. Cinque anni dopo fu ritrovata e consegnata al pievano il cui predecessore l’aveva richiesta più volte fin dal 1890. Finalmente, dopo varie vicende legali, nel 1912 fu montata in una nicchia in chiesa dove si vede tuttora.

– Il primo altare a destra, entrando in chiesa, è dedicato a san Girolamo e fu fondato nel 1653 dalla famiglia Balatri che lo dotò di cospicue rendite. Al posto della originale tela del XIII secolo rappresentante il santo (scomparsa) si trova una Crocifissione di Simone Pignoni. 

Sotto l’altare, si trova una teca con lo scheletro di un misterioso martire Lutius vestito con paramenti lussuosi. Tiene in una mano una palma verde, simbolo cristiano del martirio, e nell’altra un’ampollina che potrebbe contenere sangue. L’urna si trovava nella chiesa di San Michele a Tegolaia a Grassina quando, a metà degli anni Novanta, fu data in deposito al pievano dell’Antella che la mise sopra un armadio nella sacrestia dove è rimasta fino al 2016 quando è stata esposta sotto l’altare dei Balatri. 

– Un altro oggetto misterioso si trova in alto a sinistra dell’arco trionfale a bozze di marmo verde e bianco. È un bassorilievo con un serpente scolpito nel marmo che, fino al 1939, si trovava ancora murato sulla facciata della chiesa. 

La leggenda racconta che, anticamente, su una collina presso il borro dell’Antella, una grande frana aprì un profondo baratro dal quale uscirono dei serpenti mostruosi di dimensioni e forme orribili, per conservarne la memoria dei quali fu messo sulla chiesa il marmo con il serpente, che fu subito identificato come un drago. 

Il bassorilievo del leggendario drago

Pare che il 15 maggio 1335 un tremendo terremoto sconvolgesse, effettivamente, quel monte gettando fuori una gran quantità di serpi e due serpenti con quattro gambe grosse come quelle dei cani, l’uno vivo l’altro morto, i quali furono presi e portati a Firenze. Si dice che quello vivo fosse stato ucciso con un colpo d’archibugio dall’alto del campanile.

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