La CHIESA e la MASSONERIA: il Decamerone del Settecento

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By Massimo Casprini

Giovanni Boccaccio fu motivato a scrivere le sue Cento Novelle dalla peste del 1348. Invece, Bindo Simone Peruzzi, quattro secoli dopo, fu ispirato dall’alluvione del 3 dicembre 1740 per scrivere il suo Decamerone.

La storia comincia con una descrizione di alcuni fatti curiosi e tragici realmente accaduti nella campagna ripolese: i giovani baldanzosi che, incuranti della tragedia, si appartano con le amate fanciulle nei boschi o nelle capanne per «isfogare collo amoroso piacere le illecite voglie»; la povera donna che nel podere dei Castellli a Badia a Ripoli resta imprigionata per un giorno intero su un piccolo ciglio di terra circondato dalla furia delle acque; il prete di Baroncelli che, perduto il suo cavallo nelle acque dell’Arno, è miracolosamente salvato da alcuni contadini alla Mattonaia di Rusciano; la misera gente che, presa dalla disperazione, si getta nelle onde limacciose per cercare di recuperare le povere cose trascinate dalla furia del fiume; la disgraziata madre che, nel tentativo di salvare il figlio, muore anch’essa affogata. 

Il novellatore racconta una storia alle fanciulle del convivio Decamerone (J. W.Waterhouse, 1916, Lever Art Gallery, Liverpool)

Poi, Bindo racconta i tristi fatti avvenuti nella città di Firenze e riporta le fantastiche supposizioni, ascoltate fra il popolo, sulle cause della tremenda alluvione: i Gesuiti parlavano di una punizione divina per i troppi peccati della gente; alcuni invocavano l’intervento della Madonna dell’Impruneta; si diede la colpa anche alla Massoneria; ma gli accademici Colombari cercarono di convincere che c’era stato un eccessivo imbrigliamento dell’Arno e notevoli nevicate nei giorni precedenti che avevano originato un «Terremoto Aqueo».

Proprio per fuggire dal fango e dalla belletta che aveva invaso le strade, nell’attesa che le case fossero ripulite e asciugate, Bindo Simone pensò bene di rifugiarsi per un certo periodo nella sua villa La Torre dell’Antella insieme a quattro Cavalieri e a cinque Dame per passare le giornate a giocare, a mangiare, ma soprattutto a novellare durante le lunghe veglie.

La comitiva parte dalla Costa San Giorgio, attraversa il Pian de’ Giullari, scende sulle rive dell’Ema e entra nella valle dell’Antella che è presentata alla brigata come una splendida campagna contornata da ville signorili.

Giunti alla villa Peruzzi, viene organizzato il soggiorno e proposto un regolamento al quale ognuno dovrà attenersi. Vengono assegnate le camere separatamente «per gli uomini quelle del terreno, e per le Femmine quelle superiori» e, dopo una prima passeggiata, si riuniscono tutti a chiaccherare intorno al fuoco e a bere una «gustosa Acqua Calda entrovi bollito odoroso Limone di Napoli con bianchissimo zucchero addolcita».

Villa La Torre all’Antella in una foto del 1894 del maestro Antonio Degl’Innocenti (Torrigiani I/VII)

La prima veglia si tiene «sotto il reggimento di Eurimia e di Miasteo», una delle cinque coppie dei personaggi ai quali l’autore attribuisce fantastici nomi che, per le donne, originano da parole greche che fanno riferimento all’amore (Agapilla, Alipea, Eurimia, Filotilla, Sofrosina) e, per gli uomini, si ricollegano a nomi di antichi poeti greci (Euretiro, Glicione, Miasteo, Partenio, Stanrippo).

L’argomento delle novelle scelto per la prima serata è quello di raccontare della vendetta scherzosa e piacevole fatta da chi ha ricevuto un’offesa o una beffa.

Miasteo comincia a raccontare la sua novella parlando di un certo Curzio Marignolli. Un personaggio vissuto nel XVI secolo molto richiesto nei salotti più importanti della città per il suo spirito bizzarro e per l’animo lieto e cordiale. Ospite di Tommaso Altoviti nella villa della Chiocciola a Troghi, un giorno volle recarsi a Vallombrosa dove i frati, avendolo accolto malamente, subirono un brutto scherzo che Curzio gli giocò. Morì nel 1606 a Parigi dove era ospite alla corte della regina.

Negli Annali della Società Colombaria, alla data del 18 marzo 1759, è scritto che Bindo Simone aveva lasciato il manoscritto del Decamerone con l’introduzione e dieci novelle delle quali però, per ora, ne abbiamo trovata soltanto una. 

Abbiamo, tuttavia, recuperato fra le carte dell’Archivio di Stato a Firenze una specie di programma di quello che avrebbe dovuto diventare il poema, In effetti, l’autore espone gli argomenti di venti novelle delle quali si capisce già quanto siano state divertenti, curiose e a volte tragiche testimoni di fatti. Si trattava di burle azzardate verso l’Autorità, di truffe verso i commercianti, ma molto spesso di storie d’amore, d’onore e di passione realmente accadute. Si ricordano, per esempio: oltre a Curzio Marignolli, l’avvocato Meoli, l’Inquisitore Martinelli, Tommaso Crudeli che fu l’unica vittima della repressione antimassonica di quegli anni, Giuseppe Buondelmonti con il quale il Peruzzi ebbe l’onore di celebrare le esequie di Gian Gastone, il dongiovanni Pocciolo e le birraie di Livorno.

Ben altri furono i motivi, e non la mancanza di tempo, che indussero Bindo Simone a interrompere di scrivere novelle.

La grande diffusione della vendita dei libri e l’apertura di caffè letterari, frequentati soprattutto da giovani, e anche da donne, aveva favorito l’interesse del pubblico per generi nuovi, quali le scienze naturali, la chimica, la medicina, la politica e anche una certa letteratura erotica. 

La Chiesa riconobbe la pericolosità di questo fenomeno che stava allontanando la gioventù dai tradizionali temi religiosi e riuscì pertanto ad ordinare – nel 1749 – una perquisizione sistematica delle principali librerie di Firenze. I libri considerati «di oscenità e di libertinaggio» furono sequestrati e alcuni caffè furono chiusi. In questo clima di proibizionismo fu inevitabile che i frequentatori cercassero di mettersi in contatto in gran segreto con i circoli massonici fiorentini, dove la diffusione del sapere riusciva ancora ad esprimersi liberamente, benché Clemente XII avesse emesso la scomunica per tutti i partecipanti.

Può darsi, dunque, che Bindo Simone abbia ripensato al fatto che, in quel momento, era troppo azzardato parlare di cinque Signore che si ritirano, da sole, con cinque uomini in una villa per vivere alcuni giorni in lieta compagnia a raccontare novelle senza pudore, lontane dai vincoli che il loro rango gli avrebbe imposto in città. La Chiesa, certamente, non avrebbe ben accettato che si parlasse di questa libertà di costumi, tanto più se descritta da uno che, si diceva, «praticava molto con gli inglesi» insieme con altri Liberi Muratori.

Proprio nell’anno 1746 – quando Bindo Simone inizia a scrivere il suo Decamerone – era accaduto, infatti, che alcuni letterati fiorentini, fra l’altro suoi amici, e proprio perché appartenenti alla loggia massonica, erano stati perseguitati e le loro opere messe all’Indice dalla Congregazione del Sant’Uffizio: le Poesie di Tommaso Crudeli e Le cene di Anton Francesco Grazzini detto il Lasca.

Lo stesso Peruzzi fu interrogato dalla Santa Inquisizione durante il processo al Crudeli e, fortunatamente, riuscì a cavarsela. 

Dopo la sua morte avvenuta nel 1759, il manoscritto Le Antellesi (come lui lo aveva intitolato), rimase abbandonato nell’archivio di famiglia dove, per caso, lo abbiamo ritrovato, ricopiato e pubblicato per la prima volta nel 2002 coi tipi di Olschki.

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