LA BATTAGLIA DELL’INCONTRO a Bagno a Ripoli

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3 – 9 Agosto 1944

Il popolo di Candeli sotto assedio

La notte fra il 3 ed il 4 Agosto del 1944 fu la data che vide i nostri bei ponti di Firenze crollare per mano delle bombe tedesche. Solo il Ponte Vecchio fu salvato, ma furono sacrificati i borghi posti ai suoi ingressi che con le loro macerie ammassate davanti ne impedivano comunque l’attraversamento. Quella notte era in corso l’evento che fu definito “la battaglia di Firenze”: alleati e partigiani misero a ferro e fuoco la città per giorni, cacciando prima i tedeschi che nella loro ritirata distruggevano dietro a sé le vie di comunicazione per prendere vantaggio nella fuga e poi stanando i fascisti nascosti nelle case da dove sparavano a tutti.
Fino a poco tempo fa in piazza Gavinana i palazzi avevano ancora i buchi dei proiettili impressi nell’intonaco delle facciate a memoria di quei giorni. Dopo le insurrezioni e gli scontri vedemmo il primo governo libero della città con sindaco Gaetano Pieraccini del PSI, vicesindaci, Adone Zoli della DC e Mario Fabiani del PCI. Tutti partigiani.
Qualche giorno fa parlando di villa LaTana ho ricevuto la richiesta di approfondire un poco di più di alcuni tragici fatti accaduti a Candeli durante quella battaglia dove l’incosapevole protagonista è stata mia madre Maia.
Maia oggi!
Maia Faina è nata a Villa Basilica in provincia di Lucca nel 1936, suo padre Gino e sua madre Giuseppina Frugoli si spostarono a Candeli per lavorare alla cartiera di proprietà di un altro lucchese, Raffaello Bocci. La famiglia comprendeva anche la sorella Vanda nata nel 1930 ed il piccolo Roberto classe 1943 che alla data dei fatti aveva 16 mesi. In quel periodo mia nonna Giuseppina si offrì per dare il latte anche ad un bambino di nome Mario Ansaldi che aveva il padre al fronte e la madre ammalata in ospedale e nessuno lo poteva accudire, quindi in casa c’era anche lui.
Uno scorcio del Borgo vicino alla Badia
Altro scorcio
Il circolo di Candeli
Ecco, il racconto di Maia comincia….
Dovete scusarmi ma i miei ricordi sono i ricordi di una bambina di otto anni e non sempre sono precisi.
Durante l’invasione tedesca spesso la gente intorno a Candeli ed alla cartiera urlava il mio insolito nome a gran voce “Maia, Maia!”. Non c’era nessun altro con quell’appellativo e non ci si poteva confondere. Questo era il messaggio in codice che avvisava senza destare sospetti che stavano arrivando nel borgo le truppe dei soldati di Hitler e spesso questi avevano il vizio di rastrellare gli uomini giovani per obbligarli a lavorare per i loro manufatti o per vari servizi a loro utili. Chi era in collaborazione con i partigiani, si dileguava. Il più delle volte queste persone erano messe a guardia delle linee telefoniche provvisorie che i tedeschi installavano nei vari luoghi con dei cavi che strisciavano a terra. Ovviamente nessuno si voleva prestare a dare loro aiuto ed allora con la scusa di chiamarmi, (era normale richiamare una bambina persa di vista) tutti capivano che si dovevano dare alla macchia nei boschi vicini, anche perché c’era sempre il pericolo di essere fucilati sul luogo per una sciocchezza o deportati nei lager.
Quando suonavano le sirene di attacco aereo da parte degli alleati a Firenze, le sentivamo anche noi a Candeli. Da quel momento sapevamo che dovevamo nasconderci perché colpivano molto vicino a casa nostra che era proprio sulla sponda dell’Arno, alla cartiera. Il bersaglio era la ferrovia che correva da Firenze a Pontassieve, quindi le bombe cadevano a Rovezzano, al Girone, l’ Anchetta, le Sieci ed in particolare Pontassieve che fu bombardato 16 volte.
Se l’allarme suonava di giorno, si scappava nel bosco sopra a via di Rosano scavalcando il muro a terrazzamento sopra la strada.
Gli aerei arrivavano in formazioni di dieci o dodici, ma volavano tante flotte ed il cielo si riempiva, erano una moltitudine. Se volavano bassi non sganciavano le bombe ma mitragliavano. Il giorno della mia prima comunione, in giugno, distrussero la ferrovia dal Girone fino a Pontassieve. In quella occasione il babbo si arrabbio’ perché diceva che “noi siamo qui a festeggiare e dall’altra parte la gente muore”.
Se invece gli alleati bombardavano di notte, ci rifugiavamo in cartiera, di fronte all’ambiente dove era collocata la macchina per la produzione della carta, nella stanza seminterrata dove erano i “magli”, dei macchinari utilizzati per delle lavorazioni. Tutti lì dentro, assieme alla famiglia Sabatini che lavorava con noi, guardavamo i bengala scendere lenti. Illuminavano come se fosse stato giorno l’oscurità. Poi, resi visibili gli obiettivi agli occhi dei piloti arrivavano gli ordigni dagli aerei in volo per colpire la sponda opposta.
I partigiani venivano dal bosco, arrivavano a Candeli, scendendo dal monte dell’Incontro e da Villamagna dove vivevano accampati e nascosti dagli alberi. Attraversavano l’Arno in estate, quando era basso, camminando sulla pescaia: uno di questi mi ricordo bene che si faceva chiamare “Lupo”. Nelle loro scorribande una volta si dimenticarono una bomba a Candeli, dove c’era il passaggio dei partigiani, alla casa della Pierina Gaggi moglie di Raffaello Bocci, proprietario della cartiera.
Il 3 Agosto una truppa di tedeschi arrivò da via di Rosano proveniente da Firenze e si fermò nei piazzali della cartiera con carri armati, camion e cannoni. Si accamparono lì da noi e cominciarono a tagliare le frasche degli alberi per coprire con queste i loro mezzi e nasconderli alla vista di alleati e partigiani. Eravamo terrorizzati: li avevamo in casa.
Salimmo tutti quanti al piano di sopra della casa sulla cartiera, noi Faina ed i Sabatini. I tedeschi andarono nella fabbrica e dentro la caldaia ci misero una bomba. Tutto il resto del macchinario lo distrussero a mazzate. Prima di fare esplodere l’ordigno un soldato che parlava un po’ di italiano ci disse di andare via perché “qui booom”…poi aggiunse facendosi capire che dovevamo andare ai piani bassi perché se anche ci avessero tirato una cannonata dall’altra sponda sarebbero caduti i piani alti ma non le fondamenta dell’edificio. Sapevano che sarebbe cominciato l’inferno. Il babbo fortunatamente aveva aperto la botola di chiusura della caldaia e quando esplose l’onda d’urto fece molto meno danno. Intanto sia lui che Raffaello Bocci  si erano nascosti, erano due uomini giovani e forti, rispettivamente di 36 anni entrambi e potevano essere catturati. Così scapparono tutti e due nel bosco di sopra saltando via dalla turbina che produceva energia elettrica per la cartiera. Questa era nella gora al pelo dell’acqua dell’Arno.
I tedeschi poi andarono nel pollaio di non so chi e rubarono delle oche bianche ( i “loci”). Le uccisero per mangiarle e poi il solito soldato che parlava italiano si presento’ con i fegati degli animali in mano e sia a mia madre che ai Sabatini disse porgendoglieli “questi sono per bambini”.
Da questi due episodi ho sempre pensato che non fossero tutti così cattivi. Molti erano costretti a fare la guerra, magari in Germania erano contadini ed operai come noi.
Andarono via con il loro carri armati di notte, io non mi ricordo e non mi sono accorta di nulla a riguardo della loro partenza. Il giorno 4 Agosto di mattina, Raffaello ed il babbo ci chiusero tutti in casa a chiave ed andarono verso Rimaggino, alla Cipressa, a vedere cosa era successo alla moglie del Bocci Pierina Gaggi e alle sue bambine, Maria Teresa ed Anna (“Teta” ed “Annuccia” ancora oggi sono i loro affettuosi soprannomi e tutti le chiamiamo così). Dopo un poco sentimmo delle voci che dicevano che Dario Ducci, di 14 anni, e Basilio Salvadori erano morti calpestando una mina antiuomo. Le stesse mani che ci avevano offerto i fegati di oca forse avevano messo a terra delle insidie così subdole. La mamma si preoccupo’ per il babbo e dopo un poco di tempo uscimmo dalle bugie delle persiane per andare a vedere cosa era successo ed il Dottor Bifani che era il medico condotto, con aria mesta ed un completo indosso di giacca e pantaloni di colore chiaro venne a dirci che il babbo e Raffaello erano morti anche loro nello stesso modo. Trattennero la mamma a forza perche’ voleva vedere il marito: andare sarebbe stato troppo pericoloso, gli sminatori non erano passati. Allora ci nascondemmo nella gora sull’Arno, nella turbina dove rimanemmo nascosti tutti per almeno due o tre giorni in disperazione. Ogni tanto dal borgo di Candeli scendeva giù il Monducci che era sacerdote. Questi saliva al piano più alto della casa e ci chiamava per sapere se eravamo ancora vivi. L’ andirivieni di quest’ uomo, diede nell’occhio sulla sponda opposta e gli alleati cominciarono a spararci delle cannonate, allora il Berti, di nome Gino, che di mestiere faceva il renaiolo prese la barca e ci raggiunse. Salimmo con lui e ci traghetto’ fuori dalla gora, un viaggio di pochi metri sull’ acqua e fummo a terra. Ci ospitò tutti in casa sua il Dottor Bifani, che viveva nella prima villa che si incontra prima di salire alla chiesa della Badia a Candeli, proprio dove erano le salme ancora a terra del babbo colpito probabilmente alla testa da una scheggia, di Raffaello Bocci e di Ferdinando Puccianti che dato lo stato del cadavere doveva aver calpestato proprio in pieno una mina, probabilmente anticarro vista la buca enorme che produsse.
 In tutti questi giorni siamo stati sotto le bombe perché una furiosa battaglia si stava svolgendo sul monte dell’Incontro dove un manipolo di tedeschi si era asserragliato nel convento che era protetto da bastioni e muraglie. Lassù almeno 250 o 300 civili si erano nascosti credendolo un posto sicuro. Il tentativo eroico dei germanici e praticamente suicida era di parare le spalle ad altre truppe che stavano fuggendo altrove. Sotto al convento si avvicinavano sempre di più i soldati britannici. (Quando sfondarono il muro di cinta i combattimenti si fecero addirittura corpo a corpo).
Il 9 di Agosto del 1944 Bagno a Ripoli fu definitivamente liberata dai tedeschi con la resa di quella postazione. In quel giorno gli inglesi presero il convento e quello scontro fu denominato “la Battaglia dell’Incontro”. Un episodio cruciale per la liberazione anche di Firenze di cui si è sempre parlato pochissimo.
I poveri corpi dei caduti a Candeli, rimasero in strada fino alla fine della battaglia dopo il 9 Agosto. Dario aveva perso una gamba che fu recuperata dalla madre disperata e fu ricomposto insieme a Basilio in casa della zia del ragazzino la quale aveva un figlio disperso, Alberto, deportato in Germania.
Un uomo detestabile venne a dire alla mamma di andare a togliere i cadaveri del babbo e dei compagni oppure li avrebbero bruciati. Furono tutti messi in delle bare e portati al Cimitero del Pino con un carretto  dove ancora oggi riposano.
Calmate le acque, dopo molto tempo, tornò miracolosamente a Candeli dai campi di sterminio Alberto Ducci cugino di Dario, rastrellato all’età di diciotto anni a Firenze. Era magrissimo e pieno di piaghe. Lo portavamo sulla pescaia al sole per far guarire le ferite. Io e la sua futura moglie di nome Mara stavamo attentissime che le mosche non si posassero su di lui.
Per molti anni Alberto ha parlato della sua storia nelle scuole agli studenti per far conoscere le terribili condizioni nei lager nazisti.
Gino Faina, il nonno di Benedetta Giannoni, autrice dell’articolo
Maia, (la più piccola) e Vanda sua sorella
Vanda, Maia ed il piccolo Roberto. Qui di sicuro poco prima della morte del nonno
Vanda, Maia ed il piccolo Roberto
Vanda e Maia alla colonia di villa la Massa
Qui son vestite da giovani balilla..cosa gli toccava fare. Sullo sfondo la cartiera
Ecco grazie al racconto della mia mamma abbiamo capito un po’ meglio cosa successe e solo in alcuni punti ho aggiunto qualche nozione storica per meglio far capire a chi legge la dinamica degli eventi.
Sul luogo dell’eccidio del babbo e dei suoi compaesani è sorto il Circolo di Candeli “Lo Stivale” come simbolo di rinascita e fraternità proprio come hanno dimostrato gli abitanti di Bagno a Ripoli in quei giorni aiutandosi a vicenda anche a rischio della propria vita. Candeli come abbiamo visto era una specie di grande famiglia che si era organizzata per resistere e difendersi. Molto hanno da insegnare a noi che oggi siamo così indifferenti a tutto.
Spero che il racconto che facciamo oggi della nostra liberazione possa essere un augurio di cessazione di ogni conflitto ed un modo per far capire alle giovani generazioni quanto costa la libertà.
Aggiungo solo questo: un grosso abbraccio alla mia mamma Maia che finalmente ha messo per iscritto questa storia se pur con il mio aiuto.
Roberto e Maia. Vanda purtroppo è defunta.
Con le nuove generazioni, Lorenzo e Ginevra i suoi nipoti.
Chi è BENEDETTA GIANNONI?

Benedetta Giannoni, nata a Firenze nel 1973, vive a Bagno a Ripoli da sempre, diplomata al liceo artistico, impiegata in un negozio che vende articoli sportivi. Da quasi 30 anni studia e balla danze antiche nel corpo di danza “Balletto Rinascimentale” della Contrada Alfiere, dipinge ed espone nella associazione Giuseppe Mazzon. Le piace il running e camminare. Adora gatti e cavalli.

Benedetta Giannoni, autrice dell’articolo
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