Il TORRINO DELL’ALBERO VINTO a Balatro

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fra storia e leggenda

In molti, si sono sempre chiesti –  oggi, come nel recente passato – che cosa rappresentasse quella torre solitaria immersa nel bosco del Cerreto. 

Il Torrino – come, in genere, si definisce – è alto più di otto metri, a base quadrata. Si trova a due chilometri da Croce a Balatro, immersa nel bosco del Cerretino che, in antico, era detto della Sughera e anche Il Labirinto. Appare per la prima volta disegnato da Bernardo Sansone Sgrilli nella carta del 1743.

A fine Ottocento, Ugolino e suo figlio Walfredo Della Gherardesca fecero trasformare l’antica torre in un torrino in stile neogotico e misero il loro stemma araldico in ferro sopra l’arco della porta (oggi scomparso).  

Era detto anche La Torre dell’Uccellare, in quanto si ritiene fosse una torre d’avvistamento per la caccia e di appostamento per la cattura degli uccelli ai tempi dei granduchi di Toscana che soggiornavano nella vicina villa medicea di Lappeggi. 

La zona era compresa nell’estesa bandita medicea già istituita nel 1573 ma fu il principe Mattias, fratello del granduca Ferdinando II e ben noto “uomo d’arme”, che nel 1640 trasformò Lappeggi in un centro di caccia. 

In effetti, il Torrino si trovava in un’ottima posizione strategica per l’esercizio venatorio. La terrazza superava in altezza gli alberi circostanti e da lassù si dominava tutto il sottostante bosco del Cerretino; la “Pila per abbeverare i Fagiani”; l’esteso Pian di Semola; il grandioso bosco del Cerreto nel cui fitto sottobosco si nascondevano lepri, volpi e conigli e il Paretaio dove venivano sistemate fra gli alberi le reti impaniate e altri richiami per la cattura degli uccelli. 

Quindi, senza dubbio, una zona ricca di selvaggina e particolarmente adatta e organizzata per dedicarsi alla caccia di qualsiasi genere e con qualsiasi mezzo.

Infatti, «alla villa c’era anche un falconiere per custodire i falconi fatti venire dal Granduca dalla Danimarca per le sue caccie; ed il Piovano Migliorotti [dell’Antella] che li andò a vedere il 7 settembre 1711, li vide grandi e belli, costosi al mantenimento perché non si cibavano che di galline e piccioni, e dice pure che cacciano, oltre le starne, prendevano anche le lepri».

Inoltre, si pensa che al Cardinale Francesco Maria Medici piacessero i manicaretti a base di anatra selvatica perché fece fare quattro laghi artificiali in cima alla salita provenendo da Croce a Balatro (oggi scomparsi) dove si potevano cacciare gli uccelli migratori acquatici. 

Dall’alto del Torrino si poteva osservare il volteggiare degli uccelli che andavano a invischiarsi nelle reti o che rimanevano catturati nelle trappole e nei lacciuoli delle ragnaie, ma, sicuramente, si usavano anche l’archibugio, lo schioppo e la balestra per gli animali più grossi. 

Se i Signori prendevano il Paretaio come passatempo, e con molto piacere scambiavano i saluti e i convenevoli con i loro ospiti prima di partire per le battute, al loro seguito c’era un codazzo di servitori, scalchi e abili cacciatori che s’impegnavano ad organizzare tutto per la buona riuscita della spedizione.

Fra questi cacciatori, ce n’era uno più bravo di tutti che il granduca Ferdinando de’ Medici si portava sempre appresso: era lo Squitti, un personaggio che passava molto del suo tempo nel bosco, anche perché non aveva famiglia.

«Qui per la cacciagione e per ragnare e per ire a frugnuolo abbiam lo Squitti»

il quale

       «colla balestra mai non tira invano,

      ch’ad ogni colpo ne vien giù l’uccello;

      poi col suo cane, e la pertica in mano

      fa di volpi e lepron strage e macello.

      Vedele a covo, e per gire a frugnuolo,

      è ne’ boschi e nel letto al mondo solo»

come scrisse Il Lasca (Antonfrancesco Grazzini 1505-1584), poeta satirico e ospite a Lappeggi che, probabilmente, partecipava alle battute venatorie in quanto ci ha lasciati scritti altri particolari interessanti sui luoghi, sui personaggi… e sui lauti banchetti di selvaggina! 

Dalle molte testimonianze trovate, si può essere certi sull’uso che venne fatto di quel Torrino per tutto il Seicento, il Settecento e gran parte dell’Ottocento, ma incomprensibile è il nome di “Albero Vinto” che gli è stato aggiunto chissà quando e chissà da chi. 

Tullio Fiani ha azzardato l’ipotesi fantastica che in quel bosco si sia svolta una battaglia fra eserciti feudali per la conquista del territorio e di un simbolico albero enorme… forse quella sughera di cui non c’è più traccia? Oppure, si può credere che Albero Vinto sia la trasformazione della parola Labirinto. Rimane un mistero ancora da svelare e un alone di leggenda circonda il nome e il luogo. 

Un’altra storia esiste sul Cerretino. Girando e rigirando nel bosco, incrociando sentieri e seguendo i percorsi segnati dalle tracce lasciate dagli animali della notte, osservando attentamente, si scopre una piccola radura circolare circondata da alberi che svettano alti e diritti verso il cielo, quasi fossero stati piantati per creare una cornice a quello spazio particolare.

Fra le tante storie fantastiche di streghe, spiriti e ninfe che per anni hanno occupato le veglie intorno al fuoco, si raccontava anche che in quella cerchia di alberi nascosta in quel boschetto si svolgevano riti iniziatici a sette e associazioni segrete, più o meno lecite, con fanciulle coperte soltanto da un velo bianco e trasparente che danzavano intorno alle nuove adepte. 

Se effettivamente si fossero svolte queste cerimonie, si potrebbe pensare che si trattasse di un antichissimo rito pagano risalente alla mitologia classica in cui erano le Horai, leggiadre fanciulle che rappresentavano le stagioni, a sorvegliare l’ordine della Natura in tutti i suoi aspetti e il regolare scorrere del tempo. 

Ma è più realisticamente credibile che l’episodio sia stato creato dalla fantasia di quei contadini e boscaioli i quali, magari in una notte di luna piena, si erano trovati soli nel bosco circondati da ombre, nebbie, vapori che salivano dal suolo e altri fenomeni naturali, visioni e forme ingannevoli  da sembrare ai loro occhi delle figure umane in movimento. 

Comunque, è comprovato che leggende, favole, novelle e fiabe hanno sempre un fondo di verità!

La famiglia Calvelli in posa di fronte al Torrino dell’Albero Vinto accompagnata dal colono Crescioli durante un’escursione nel 1928

Non è stata soltanto l’amenità del luogo e la frescura estiva del Cerretino che da sempre hanno attratto gli abitanti di Balatro, Antella e Grassina per fare passeggiate e scampagnate ma, certamente, sono stati il fascino e la seduzione di quell’antica torre e il mistero di quell’Albero Vinto che hanno contribuito a stimolare la curiosità di frequentare quel luogo per cercare di scoprire gli arcani segreti che vi si nascondevano.

Grazie alla sensibilità dell’attuale proprietaria, sono in corso lavori di restauro e di consolidamento del Torrino.

Massimo Casprini, autore dell’articolo – https://www.facebook.com/1442015069275160/posts/2262928287183830/?d=n