Il nubifragio del ’36 all’ANTELLA: le bare con i cadaveri navigavano sul fiume

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By Massimo Casprini

Il 3 luglio 1936 un violento nubifragio si abbattè nella zona dell’Antella provocando lo straripamento del fiume Isone che irruppe nel cimitero.

Un inviato de La Nazione così riferì: «Una furiosa burrasca, accompagnata da continue scariche elettriche e una pioggia torrenziale è continuata a cadere ininterrottamente, crescendo ognora di intensità assumendo i caratteri e la violenza di un vero e proprio nubifragio. La zona dell’Antella è stata la più gravemente colpita e i danni prodotti dal temporale sono ingentissimi».

Si trattò di un autentico diluvio. Il fiume Isone, alimentato a monte da una serie di fossi e torrentelli che scendono dai due versanti di Montepilli e di Montisoni, al ponticino di Bellacoda raccolse anche le acque del Rimaggina ingrossando paurosamente. Una massa incontenibile d’acqua e fango straripò dalle sponde travolgendo ogni ostacolo, sommergendo campi e strade, distruggendo le coltivazioni. Insomma, fu un vero disastro.

La grande quantità di alberi, tronchi e arbusti trascinati a valle, fecero barriera e ostruirono le volte del ponticino che esondò eccezionalmente non lontano dal cimitero dell’Antella. 

Si racconta che, verso il tocco e mezzo pomeridiano di quella calda e piovosa giornata estiva, si sentì un boato pauroso, uno schianto assordante e una valanga d’acqua limacciosa si rovesciò sul muro di cinta del cimitero abbattendolo per una ventina di metri ed entrando nel luogo sacro.

L’enorme pressione dell’acqua fece crollare le pareti di due cappelle, divelse le croci nel camposanto, abbattè dei colombari, danneggiò alcune tombe e allagò tutti i sottosuoli.

Proseguendo la sua corsa disastrosa, la corrente invase la parte bassa del paese inondando gli scantinati e i piani terra delle abitazioni. Il fango e la melma ricoprirono i binari del tram di cui fu interrotto il servizio al cancello del Pedriali.

Non era la prima volta che il tranquillo Isone straripava causando anche notevoli problemi ma quella volta, oltre ai consistenti danni materiali provocati ai contadini e agli abitanti del paese, offrì uno spettacolo spaventoso e raccapricciante: sulle acque galleggiavano delle bare che erano state strappate dal cimitero e che ora scendevano verso il paese con il loro orrendo carico di cadaveri. 

Alcune si erano già schiantate contro il ponte del paese e il loro triste carico si era sparso nella piazza. Altre aveva proseguito a galleggiare entrando nei campi del Bacci, di Biagio, dei Mechi e in quelli successivi del Baldi fino al ponte della fornace e, sbattendo con violenza contro gli alberi, si erano aperte. I morti erano rimasti aggrappati ai loppi e ai peri, sospesi sopra le acque che, calmata la loro furia, avevano creato una palude fangosa. Appariva una scena infernale, con il cielo bigio, l’orizzonte tenebroso e ancora, improvviso, qualche lampo luminoso, il sole si era nascosto. Il silenzio fra gli abitanti, imposto dalla paura, era sovrano. 

Nessuno aveva mai assistito a uno spettacolo del genere, alcuni s’impegnarono a ripulire le cantine allagate, altri, i più, si rifugiarono in casa con i figli più piccoli. I più coraggiosi, si precipitarono a fare una pietosa opera di recupero delle salme sparse nei campi fino al Ponte a Niccheri per riportarle al cimitero.

Mauro Salvadori ha ricordato quei momenti con uno scritto ispirato, forse, da un testimone oculare: «…suo padre si fermò nell’udire uno schianto improvviso. Qualcosa si era infranto violentemente sulla spalletta del ponte e immediatamente vide cadere accanto a sé degli strani pezzetti di roba biancastra. “Ma… sono ossa! E quella che si è schiantata sul ponte era una bara!”. Di colpo vi fu un nuovo tonfo, identico al primo: un’altra bara che si schiantava sulla spalletta del ponte. Giulia si lasciò prendere dal panico e strillò con ribrezzo vedendosi cadere addosso stracci neri e ossa. […] Stava guardando con terrore oltre il ponte. Nella piena, torbida e agitata, si distingueva un’altra bara confusa tra rami e sporcizia d’ogni genere. L’impatto con la spalletta provocò l’identico risultato delle due precedenti, ma questa volta non uscirono ossa dall’interno della bara, bensì il corpo appena putrefatto di una donna, che a contatto con i flutti vorticosi si divise in brandelli».

Non appena la violenza del nubifragio apparve diminuita, arrivarono gli aiuti e i soccorsi dei Carabinieri, dei pompieri e degli operai del Genio Civile. Espressero la loro solidarietà alla popolazione il podestà Sandulli, il segretario del fascio Marchetti e l’ispettore dei fasci Malenchini i quali constatarono anche la distruzione delle costruzioni di legno e di tutte le attrezzature delle Colonie Elioterapiche per i ragazzi preparate lungo il fiume sotto a Osteria Nuova che dovevano essere inaugurate fra pochi giorni.

L’immagine protettiva dell’Immacolata Concezione nella lunetta della cappella

Fortunatamente non ci furono vittime anche perché a quell’ora il cimitero era chiuso al pubblico. Al suo interno era rimasto soltanto il noto pittore Luigi Arcangeli che stava affrescando le arcate del loggiato Roster orientale. Si salvò perché rimase tutto il tempo sopra il ponteggio che non fu trascinato via dalla piena. Si credette fosse stato protetto dalla Madonna che gli stava di fronte e che lui aveva dipinto un anno prima nella lunetta della cappella Immacolata Concezione.

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