I CONVEGNI MISTERIOSI alla Fonte del Mascherone al BORRATELLO del CASALINO

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By Massimo Casprini

UN LUOGO MAGICO

Percorrendo la via di Montisoni, ad un certo punto, prima di iniziare la ripida salita verso il Monastero, troviamo il borro del Mascherone – conosciuto in questo tratto anche come il borratello di Casalino – che attraversiamo su un ponticello che, già nell’Ottocento era lungo tredici braccia (sette metri e mezzo), con una luce di due (poco più di un metro) e coperto a volta di mattoni.

Da qui, sulla sinistra, si scende per un sentiero nel folto del bosco – la Ragnaia di Casalino – finché ci appare, nascosta dalla boscaglia, la Fonte del Mascherone, una sorgente di acqua buona e abbondante, immersa in uno scenario altamente suggestivo. 

Una nicchia di natura incontaminata con praticelli di primule, pervinche, ellebori, mammole, ciclamini e prominenze di terra e di massi perennemente coperti di muschio, capelvenere e felci. Il tutto protetto da secolari castagni.

Molto probabilmente, la Ragnaia fu voluta dai De’ Nobili (proprietari dal 1405 al 1808) quando, per necessità o per diletto, nel Cinquecento si cominciarono a fare questi luoghi particolari per l’uccellagione. 

La ragnaia e il paretaio erano dei boschetti con alberi d’alto fusto piantati molto fitti vicino ai corsi d’acqua dove erano soliti abbeverarsi gli uccelli. Fra gli alberi venivano stese delle reti sottili con i fili intrisi di pania (sostanza collosa estratta dalle bacche del vischio) e tinti di verde scuro con il mallo delle noci per farli sembrare fili d’erba. Quella tesa che si creava era una ragnatela, detta il diavolaccio.

Alla zampa di un uccello – chiamato zimbello – si legava una lunga cordicella che, tirandola stando nascosti, lo faceva svolazzare davanti al diavolaccio per richiamare gli altri uccelli che rimanevano impaniati nelle reti. Si abbattevano con la ramata, una paletta intessuta di vimini con un manico lungo due metri. 

Potevano essere tordi, beccafichi, passerotti o pettirossi ma, difficilmente, si catturava il sassello perché era il più astuto di tutti che, ad ogni minimo rumore, scappava e non si faceva ingannare dallo zimbello. Tuttavia, si riusciva a prenderlo la notte quando si cacciava con il frugnuolo, una lanterna che, posizionata nel mezzo del diavolaccio, proiettava un fascio di luce che attraeva gli uccelli i quali, abbagliati, restavano nella rete e allora il cacciatore gridava: “Dagli con la ramata, che questo è un sassello, che aspetta poco!”.

I bambini di Casalino sulla cupola della cisterna (foto E. Figna, 1942 ca.)

Il nome Mascherone – dettato dalla sapienza antica degli uomini di campagna che chiamavano le cose con i nomi di quello che effettivamente rappresentavano – deriva da un antico mascherone rozzamente scolpito nel macigno dal quale sgorga l’acqua che cade in una grande pila rotonda incavata nella roccia.

Sopra, è incisa nel muro la data 1909 D che, probabilmente si riferisce all’anno in cui furono fatti alcuni lavori di manutenzione; la lettera D sta per Domini, ossia Anno del Signore. 

Tuttavia, la fonte vanta una storia molto più antica. È ricordata nel 1480 da Vespasiano da Bisticci – il celebre “cartolajo” – quando, di ritorno da un’escursione a cavallo con i suoi amici nei boschi di Fonte Santa, si fermò a bere a quella «degnissima fonte con tavole di pietra», preferendo l’acqua di sorgente al «vino solenissimo, che tuta questa montagnia n’era fertilissima» che il contadino del vicino podere Le Vigne gli aveva offerto. 

Nella seconda metà del Seicento il luogo era ben conosciuto tanto che il conte Lorenzo Magalotti dalla villa di Lonchio scrisse una lettera al marchese Giovan Battista Strozzi invitandolo a visitare il posto:

«E giù da questi monti scende incognita per un dirupo tra le ceppate de’ castagni, un’acqua che non la vedete se non quando è lì, e dopo aver lavato da dritto e da rovescio un masso di pietra viva, che ella si è lavorata a suo modo, e rivestitolo in qua e in là di musco e di lunghissimi capelveneri, si rimette incognita per un borro, dove si precipita di nuovo tra i castagni, lasciando l’aria di tutto quel contorno, che infino a mezzogiorno non sa che cosa sia Sole, così inzuppata d’umido, che vi sentite proprio abbrividire, e assai più del senso presente v’agghiaccia il pensare che cosa debb’essere questo luogo negli stridori d’una giornata coperta del mese di Gennajo».

La seduta di pietra con la data 1776 incisa nella spalliera

Un’altra testimonianza è una grande e chiara incisione con l’anno 1776 su un grosso masso che fa da spalliera a una seduta in pietra a fianco della fonte. Ci piace pensare che fu scolpita quando il Provveditore alle Strade nominato dalla Comunità fiorentina si fermò a bere con i suoi operai e disegnatori nel corso dei sopralluoghi di verifica che stavano facendo sulle strade comunitative rappresentate nel Campione del 1774.

Nell’autunno del 1919 il grande letterato Isidoro Del Lungo, mentre si trovava nella sua villa Le Palazzine presso San Donato in Collina, volle fare un’escursione sui luoghi descritti dal Magalotti. Si recò anche alla fonte del Mascherone, denominata «la Fontana del Lete, in quella profondità e in quella disperata solitudine, quasi che chi vi si conduce abbia per necessità a dimenticarsi di tutto il resto del mondo». Nel senso che  il posto fatato e l’acqua che avresti bevuto ti avrebbero incantato a tal punto da farti dimenticare tutto, trascinandoti in un mondo di sogni.

Di quel luogo, il Del Lungo ci ha lasciato una bella fotografia nella quale si vede il mascherone di pietra con ancora i tratti ben scolpiti degli occhi, del naso e della bocca da cui esce l’acqua.

La Fonte del Mascherone com’era nel 1919 (foto da Isidoro Del Lungo)

Sul lato destro della fonte c’è una grande cisterna con copertura a cupola in mattoni e il cilindro intonacato con graffiti a forchetta. Fra i vari ghirigori, sparse qua e là, si leggono varie lettere, mentre in un riquadro è chiaramente incisa la data 1850 sovrastata da una R e da una P, presumibilmente le iniziali del muratore o del proprietario che parteciparono alla costruzione.

Il 14 agosto 1942 l’ingegnere Eleonora Figna, figlia del proprietario Pio, progettò e realizzò un acquedotto per portare l’acqua potabile dal Mascherone a sette famiglie coloniche, tra le quali quelle della fattoria di Casalino, in quanto – scrisse nella sua relazione – «i coloni attingono l’acqua per il bestiame da fossi e pozzanghere e per l’uso umano debbono fare lunghi percorsi, quindi si può raccogliere l’acqua di alcune ottime sorgenti che affiorano nel terreno della fattoria e che nascono tutte dalla roccia, di acqua ottima, freschissima e perenne» (le famiglie coloniche erano: Gallori, Pasco, Curradi, Migliorini, Ferrini, Dreoni O., Dreoni S.). 

Si ricorda che durante l’ultima guerra, nelle estati del 1943 e del 1944, i numerosi sfollati che si erano insediati nella vicina villa Il Casalino scendevano al Mascherone per fare un bagno rigenerante nella vasca in pietra sotto la sorgente.

Tutto il complesso necessiterebbe di una periodica e costante manutenzione per evitare che la Natura prenda il sopravvento sulla storia dell’uomo.

La Fonte del Mascherone in evidente stato d’abbandono

Forse, proprio per la suggestiva posizione nel folto del bosco, era diffusa la credenza che in quel luogo “ci si sentisse”, come dire che fantastici spiriti e anime dell’oltretomba si riunissero a parlare intorno alla fonte per convegni misteriosi.

Sembra che questi spiriti, specialmente nella stagione invernale, si trasferissero nella villa Il Casalino dove il figlio del colono nel podere Le Vigne asserisce di aver visto, fino a pochi anni fa, in molte notti di tormenta un “lumicino” acceso a una finestra e delle ombre in movimento. Le mattine dopo, tutti i lenzuoli bianchi che coprivano divani e poltrone venivano trovati sparsi per terra… pur essendo tutta la villa disabitata!

Comunque, storia e leggenda si mescolano e non ci impediscono di andare alla Fonte del Mascherone non per dimenticare ma per bere acqua pura e fresca.

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