Le bugie a fin di bene sono davvero utili?

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Chi non ha almeno pensato di dire una bugia a fin di bene al proprio figlio in una situazione complicata, dolorosa o difficile da capire, alzi la mano. Sappiamo, infatti, che i bambini sono persone deboli e immature, che hanno bisogno di protezione. Ma siamo sicuri di sapere davvero cosa significa questo?

I bambini, è vero, hanno un sistema nervoso immaturo e, tra le altre cose, non sono capaci di comprendere, elaborare e modulare emozioni e sentimenti come gli adulti. Non sono, ad esempio, in grado di associare la situazione complicata che stanno vivendo a esperienze passate e superate, traendone la fiducia di poterle affrontare di nuovo. Hanno però una sensibilità particolarmente sviluppata, che permette loro di capire cosa provano gli adulti di riferimento e leggere la realtà attraverso le loro emozioni e le eventuali spiegazioni che ricevono.

Se diciamo una bugia a fin di bene su un regalo di compleanno, il bambino percepirà nell’adulto gioia e affetto, quindi si attiveranno in lui emozioni simili ed un’ansia “buona”: l’ansia dell’attesa di un desiderio realizzato.

Se, ad esempio, rimandiamo la decisione di comunicare il lieto arrivo di un fratellino al momento in cui abbiamo più certezze sulla buona riuscita della gravidanza, il bambino percepirà emozioni positive e negative insieme, perciò l’ansia “cattiva” potrà essere modulata dall’ansia “buona”. L’aumento della concentrazione e dello sforzo per comprendere ciò che sta accadendo potranno influire sulla sua serenità, ma in genere non dovrebbero provocare paure o angosce tali da non poter essere gestite.

Ma se un genitore sta soffrendo per un lutto, una separazione, una grossa discussione, la perdita del lavoro, il bambino percepirà il suo dolore e la sua ansia come qualcosa di pericoloso, che non è in grado di gestire da solo a causa della sua immaturità.

Non è affatto facile per un genitore in lutto o in grossa difficoltà sentirsi capace di sostenere il proprio figlio e dargli fiducia, così spesso pensiamo di poter evitare al bambino il dolore che stiamo provando semplicemente tenendolo a distanza o all’oscuro dell’accaduto. Il bambino si trova da solo a gestire le emozioni che percepisce, che non può capire bene né affrontare con la fiducia di superarle. Tende così a diventare più irritabile e agitato ed il genitore si trova a dover comunque gestire uno stress ulteriore, in un momento in cui le energie sono per lo più assorbite dal proprio dolore.

I bambini vivono emozioni intense, ma avendo un bagaglio esperienziale limitato, risentono meno della notizia della perdita: ad esempio non sanno ben quantificare la mancanza che proveranno per la perdita di una persona o di una situazione, né comprendono bene le occasioni di vita di cui si viene privati con una morte prematura. Il loro dolore viene costruito e conosciuto nel tempo: al momento della perdita provano dolore, ma in parte accade perché vedono gli adulti che soffrono e li imitano, fidandosi del loro giudizio sulla situazione. Sarà l’esperienza della mancanza a costruire giorno dopo giorno il dolore e il significato della perdita.

Quando si comunica una “brutta notizia” ad un bambino, è importante utilizzare parole comprensibili e concetti adatti al suo livello di sviluppo, magari facendosi aiutare da un racconto di vita vissuta, oppure da un libro o una favola, che aiuti il bambino ad immaginare cosa proverà quando si troverà a vivere la mancanza quotidiana di ciò che ha perso.

Se l’adulto riuscirà a comunicare le proprie emozioni, con la fiducia di poterle affrontare, e mostrerà di essere disponibile ad ascoltare ed accogliere le preoccupazioni e il dolore del bambino, potrà aiutarlo ad imparare a vivere ed esprimere le proprie emozioni senza paura, ponendo solide basi per una buona salute mentale. I periodi di crisi potranno quindi diventare il passaggio, più o meno doloroso e faticoso, verso un nuovo equilibrio.